Anton Corbijn, il fotografo del rock

Alzi la mano chi non conosce Anton Corbijn. Regista olandese classe 1955, Io l’ho conosciuto grazie all’indimenticabile “Control” del 2007 che narrava la vita travagliata di Ian Curtis, frontman del gruppo che diede vita alla new wave nell’Inghilterra degli anni 80: i Joy Division. Tutti ne conosciamo l’esordio, nel 1978 al Rafters Club di Manchester, durante il quale vengono notati dall’allora conduttore televisivo Tony Wilson che, di lì a poco, li volle nella sua trasmissione Granada Reports. A breve l’inizio della collaborazione con il produttore Martin Hannet, che elaborò per il gruppo un particolare sound che univa l’incedere punk alle atmosfere dark. Ma il film è soprattutto la storia di un ragazzo. Un ragazzo sposatosi in giovanissima età, che a quattro anni dal matrimonio ebbe una figlia e che di tutto questo era costretto a portare il peso e la responsabilità. A quanto sembra, responsabilità troppo gravose per un ragazzo di soli ventitre anni. A meno di un anno dall’uscita di Unknown Pleasures, lavoro che a tutt’oggi è fra i primi posti dei debut album rock della storia, Curtis si toglie la vita.

 È un film che colpisce, Control, un po’ per l’incredibile somiglianza di Sam Riley (l’attore che interpreta Curtis) con l’originale, il modo in cui riesce a cogliere la sua identità malata e tormentata, i suoi gesti, i suoi spasmi, lo sguardo allucinato, e un po’ per la profondità (sicuramente accresciuta dal bianco e nero), la sofferenza di un ragazzo che ha da poco concluso l’adolescenza e che va avanti a tentoni, come fosse al buio, senza sapere bene cosa vuole e cosa fare del proprio, gravoso, pesante, seppure indiscutibile talento. Oltre a Control Corbijn ha girato un altro paio di film di successo, The American, del 2010,thriller con George Clooney a colpi di armi di grosso calibro, sicari e agguati, La spia, del 2014, con  il grande Philip Seymour Hoffman, basato sul romanzo Yssa il buono di John Le Carrè e Life, del 2015, drammone biografico su James Dean.

 A Corbijn, inoltre, dobbiamo alcuni tra i migliori video rock, dagli anni 80 ad oggi. Tra le star riprese dal regista abbiamo Depeche Mode (di cui ha realizzato ben dieci video), U2 (quattro video), Nick Cave and the bad seeds, Johnny Cash, niente popò di meno che i Nirvana, Bryan Adams, Red hot, Metallica, Roxette, At the drive-in, The killers, Coldplay e Arcade Fire. Ma ammiriamo Corbijn anche e soprattutto come fotografo. I suoi ritratti sono storie meravigliose, di un’intensità e di una profondità rare, ma soprattutto mantengono fede alla sua “linea editoriale”, perché sono ritratti rock. A Berlino  il fotografo e regista olandese ha fissato sull’obiettivo quasi 40 anni di musica, personaggi famosi e artisti vari: tra gli altri, Rolling Stones, Coldplay, New Order, Nirvana, Kraftwerk, Tom Waits, Björk, Rem, Red Hot Chili Peppers, Joni Mitchell, Metallica, , David Bowie, U2, Nick Cave. Sguardi distratti, sguardi attenti, pose dalla composizione in apparenza del tutto casuale, dalla noncuranza più sincera e verosimile.

Tanti ritratti e primi piani celebri, tra gli altri quello di Miles Davis (1985) che si copre il volto con le mani e quello di Mick Jagger (1996) truccato da donna e ingioiellato. E ancora, Tom Waits che impugna una pistola giocattolo arancione (2004) e la serie con i Depeche Mode a Marrakech (1996): immagini oniriche, volutamente sfocate e sgranate, che marcano uno stile inconfondibile. Il tutto, nell’eterno bianco e nero.  Corbijn ha esposto, possiamo dirlo, in ogni nazione del globo, dalla Spagna alla Germania, dagli Stati Uniti all’Italia, al Belgio, alla Svizzera, all’Inghilterra e alla Francia.

Nell’era delle immagini digitali e dei social media è raro trovare un fotografo in grado di costruire un’intimità con i soggetti ritratti, soprattutto se si tratta di star. Tanto che alcuni considerano Corbijn l’ultimo sopravvissuto di un mondo in via di estinzione. «In ogni ritratto ci sono tre componenti importanti: anzitutto, la foto deve dire qualcosa del soggetto; secondo: deve rivelare qualcosa del fotografo; terzo: deve mostrare qualcosa di inedito, mai visto prima. Ovviamente, spetta al fotografo creare ogni volta un equilibrio tra questi elementi». Ma se aspirate a conoscere veramente l’animo di questo regista rock, vi consiglio di partire dal lavoro che più di tutti, seppure spettacolo di tormento e tragedia, mi ha toccato il cuore e mi riferisco a Control. Da lì si parte, a mio avviso, per un’intensa scoperta di quello che è a sua volta un artista, un filosofo, un mago del videomaking e dello scatto. Una personalità dal grande ecletticismo e dalla passione per qualcosa che ritorna nei suoi lavori, così come riecheggia incessantemente nei nostri cuori: la musica. Drammatica, disinvolta, sottile, densa, stupida, fantastica, inesplicabile. Ma in tanti ci provano a spiegarla. E ogni tanto qualcuno ci riesce.

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