Bloody Beetroots: notti stupefacenti di ballo sfrenato

Vi piacciono le ballate lente, dal sapore romantico? Vi piacciono le sviolinate di Giorgia , il melenso, il commerciale? Allora andate a sentire altro perché qui siamo su ritmi cazzuti. Qui siamo su un’ edm/ electro-rock dai ritmi folli e contagiosi, su notti stupefacenti di ballo sfrenato, su un sound allucinante e distorto, creato dalle sole due mani di Simone Cogo, in arte The Bloody Beetroots. Il ragazzo è ormai un maturo quarantenne e altrettanto tardi ha iniziato la sua carriera, con il primo lavoro, Let your washing machine speak, nel 2007, all’età di trent’anni. Ma il ragazzo aveva stoffa e ha sbaragliato la scena discografica elettronica ad occhi chiusi. Il sound fa da soundtrack alle nostre serate più torbide, ci accompagna in un cammino per le strade più malfamate della città e ci scatena fin nelle ossa, ci prende al volo e ci trascina come solo la vodka bevuta a litri riesce a fare. Ma non abbiamo bisogno di assumere sostanze, perché la sostanza è questo ritmo spaziale e contagioso, elettrico, nervoso ed irrequieto. Due anni più tardi arriva Romborama (2009). Ci si calma. Ma per una decina di secondi. L’inizio del disco parte come un motore che cerca di ingranare. Poi una voce distorta annuncia qualcosa che già ci aspettavamo, anche se stavolta il sound è più metal, c’è più suspense e più tensione. I ritmi sono morbosamente ripetitivi e danno alla testa. Ad un prematuro Best of, uscito nel 2011, segue il terzo lavoro del disc jokey, divenuto ormai icona di un ecletticismo musicale che abbraccia rock, elettronica, edm, hip hop e black music. La sua musica è unica e i suoi lavori sono accompagnati da svariate e notevoli collaborazioni, tra cui All Leather, Cecile, The Cool Kids, Lisa Kekaula, Beta Bow, Vicarious Bliss e altri. Hide esce nel 2013 ed è una ulteriore riprova del talento prodigioso di questo ragazzo, ora uomo, di Bassano del Grappa. La musica è schizzata, dai rigurgiti post punk e la voce di Cogo spezza il fiato e corrode l’anima come acido muriatico. Ultima fatica di questo genio dell’electro-rock è di recente uscita e porta il titolo ambizioso di The Great electronic swingle.  “Ho voluto togliere un po’ di polvere dalla patina che oggi ricopre la musica elettronica e che negli ultimi anni ha prodotto tanta merda”. Questa la rinfrescante dichiarazione di Cogo rispetto all’album, dal quale ci si aspetta, come vuole il titolo, “Una grande elettronica ripulita”. Stavolta, però, c’è qualcosa che non torna. “The Great Electronic Swingle”  suona molto rock, ma l’elettronica alle spalle delle schitarrate e delle rullate di percussioni risulta sempre e costantemente uguale a se stessa, e la cosa è estenuante in un album di quasi venti tracce. La colpa non è delle influenze, dal momento che artisti come i più educati Zedd, KDrew, Boys Noize, ma anche i più caotici Skrillex, Blue Stahli, Celldweder e Pendulum, hanno sostanzialmente costruito un sotto-genere crossover di tutto rispetto. La colpa sembrerebbe ricadere proprio sulla produzione di un disco fatto ad arte per essere talmente coerente con il genere attribuito al brand Bloody Beetroots (che dal 2009 gode di un buon successo negli States), da apparire come un’unica canzone di oltre un’ora ripetuta in loop. Eppure non rispondiamo di noi stessi, questo loop ci piace e non ci annoia, è morboso, è maniacale. Non sarà quella grande opera di pulizia che ci aspettavamo, al contrario, ma è come appartenere ad un partito. Una volta messa la firma si è prigionieri per sempre.  

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