Eco and The Bunnymen: stesso anno e stessi dintorni di Joy Division e Buzzcocks

Si incontrano a Liverpool nel 1978. No, non sono i Joy Division. No, non sono i Buzzcocks. Siamo molto molto distanti da quel tipo di musica. Gli Echo and the Bunnymen sono si ragazzi nati e cresciuti nell’Inghilterra degli anni 80, e provengono dalla stessa generazione di Joy Division, Buzzcocks, ma anche Pixies, Bauhaus, Smiths, Siouxsie and the banshees, ma mentre nell’anima di questi artisti bruciava una melanconia esistenziale, mentre questi maestri della new wave si prodigavano in poesia pura sul male di vivere e su uno spleen a la Baudelaire, gli Eco and the Bunnymen se la spassavano alla grande, bevevano birra, ruttavano  e ci ridevano su. Dopo i primi quattro album con formazioni provvisorie, Crocodiles,  Heaven up here, Ocean Rain e l’omonimo Eco and the Bunnymen,  il gruppo arriva alla formazione definitiva solo nel 1988, con il chitarrista Will Sergeant e il bassista Les Pattinson (gli unici rimasti intoccati fin dall’inizio), il cantante Noel Burke, il batterista Damon Reece e il tastierista Jack Brockman.  L’album realizzato dalla nuova formazione, Reverberation, fu un flop, e non siamo sorpresi. Nel frattempo, Ian McCulloch otteneva un moderato successo con gli album solisti Candleland (1989) e Mysterio (1992). Nel 1994 McCulloch e Sergeant tornarono a lavorare insieme sotto il nome di Electrafixion e tre anni dopo si riformò il trio originale con il bassista Les Pattinson. Il gruppo ritornato compatto pubblicò l’album Evergreen (1997). Nel 1999 la band pubblica What are you going to do with your life e in seguito Flowers e Siberia. Nel 2009 segue The Fountain e l’ultimo, datato 2014, porterà il titolo di Meteorites. Poco più che ragazzini, quando si conoscono, il quartetto di Liverpool si perde dietro ballate d’amore e lezioni scadenti di vita. Non sono irrequieti, non sono tormentati, ma hanno soldi per la birra nella tasca di dietro e l’orecchino per far colpo sulle pupe. Senza scordarci di quella magrezza tanto di moda in quegli anni, i pantaloni stretti e le pettinature all’ultimo grido della dark wave. Si divertono a comporre atmosfere pseudo-surreali nelle copertine dei loro dischi: una quercia secolare, un campo di girasoli, una casa fatiscente, un castello immerso nella nebbia. Ma l’ingenuo tentativo di costruirsi l’immagine di un’interiorità complessa crolla del tutto quando li si va ad ascoltare: ballate d’amore, inni alla natura, all’amicizia, in alcuni pezzi si innalzano persino a pseudo-guru della vita. Roba da far accapponare la pelle. O meglio, roba buona per la colonna sonora di Into the wild. O da viaggetto in macchina per andare a trovare la nonna a Campo di carne. Su wikipedia vengono annoverati come “neo-psichedelico, post-punk”.  A questo punto potrei definire black industrial Shakira e Heavy metal Beyonce. Se dovessi scegliere un metodo di tortura farei sicuramente ascoltare in loop un album degli Eco. Scherzi a parte, possiamo anche goderci questo folk rock con innesti country senza alcuna pretesa, ma facciamolo con cautela. È come il cibo spazzatura. Le conseguenze arrivano dopo.

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